La personalità e le pensioni. Un errore del XIX secolo che il XXI secolo continua a pagare

Lavoro

Chi era Bismarck e perché nacque la pensione statale

Otto von Bismarck non era soltanto un politico tedesco del XIX secolo. Era l’architetto di uno Stato forte, che cercava di mantenere la società sotto controllo in un momento di rapido sviluppo industriale. La Germania stava cambiando velocemente: le città crescevano, le fabbriche si sviluppavano, la classe operaia si rafforzava, i movimenti socialisti aumentavano la propria influenza. Lo Stato capiva che, se al lavoratore non fosse stata data almeno una minima sensazione di protezione futura, egli avrebbe potuto iniziare a cercare protezione non nello Stato, ma nelle forze politiche rivoluzionarie.

Fu proprio in questo contesto che nacque la pensione statale. Non nacque come capitale personale dell’uomo e nemmeno come libero accumulo della famiglia. Nacque come parte di un grande patto statale: la persona lavora, si sottomette al sistema, paga i contributi, e lo Stato le promette protezione nella vecchiaia. Fin dall’inizio la pensione non fu soltanto una misura sociale, ma anche uno strumento politico di stabilizzazione della società.

Bismarck non creò la pensione partendo dall’idea della libertà finanziaria personale. Creò un meccanismo di stabilità sociale. Per lo Stato era importante ridurre la pressione dal basso, indebolire l’attrattiva dei movimenti radicali e mostrare che uno Stato forte non poteva soltanto pretendere, ma anche dare. Per questo la pensione divenne parte di un nuovo modello di rapporti tra l’uomo e lo Stato.

Ma proprio qui fu inserito il problema futuro. La pensione nacque come promessa dello Stato, non come proprietà della persona. Il denaro che l’uomo versava nel sistema non diventava il suo capitale personale ereditabile. Diventava parte del meccanismo statale. Per il XIX secolo poteva sembrare una soluzione ragionevole. Ma nel XXI secolo questa costruzione solleva sempre più spesso una domanda: un sistema creato per la società industriale del XIX secolo corrisponde ancora alla realtà del mondo contemporaneo?

 

Perché la pensione non fu creata come capitale personale dell’uomo

La pensione statale classica non fu concepita come un conto personale sul quale una persona accumula per decenni il proprio denaro. Nel sistema a ripartizione il denaro delle persone che lavorano viene immediatamente indirizzato ai pagamenti dei pensionati attuali. La persona oggi non paga per sé stessa, ma per la vecchiaia presente della società. In cambio riceve la promessa che, quando sarà anziana, le generazioni successive di lavoratori pagheranno a loro volta per lei.

Questo è radicalmente diverso dal capitale personale. Il capitale personale appartiene alla persona. Può essere accumulato, contabilizzato, protetto, trasmesso in eredità. Se una persona muore, il suo capitale non scompare: passa alla famiglia, ai figli, agli eredi. Nel sistema pensionistico a ripartizione accade il contrario. Il denaro non viene conservato come somma personale. Entra nel flusso comune e smette di essere denaro di una persona concreta.

Lo Stato lo spiega come protezione sociale. Formalmente la logica è comprensibile: la società sostiene chi non può più lavorare. Ma il problema nasce quando il contributo obbligatorio viene presentato alla persona come la sua futura pensione. Nella coscienza dell’uomo si crea la sensazione che egli stia pagando per sé stesso. In realtà paga per altri, mentre per lui dovranno pagare i futuri lavoratori.

Per questo la pensione in questa forma non è pienamente proprietà della Personalità. È il diritto di attendere un pagamento futuro a determinate condizioni. Queste condizioni dipendono dallo Stato, dal bilancio, dalla demografia, dall’economia e dalle decisioni politiche. Proprio qui nasce il conflitto interno principale del sistema pensionistico: il denaro viene preso dal lavoro della Personalità, ma dopo l’ingresso nel sistema smette di appartenere alla Personalità come capitale.

 

L’errore principale del sistema pensionistico

L’errore principale del sistema pensionistico non sta nell’idea stessa di proteggere la vecchiaia. La vecchiaia deve davvero essere protetta. L’errore si trova nella costruzione in cui la persona che lavora non paga a sé stessa, ma a un sistema che usa subito il suo denaro per i pagamenti correnti. Di conseguenza la persona non crea un capitale pensionistico personale, ma partecipa a una catena di obblighi tra generazioni.

Finché nella società ci sono molti giovani lavoratori e pochi pensionati, questo modello può sembrare stabile. Si regge su un afflusso costante di nuovi contribuenti. Ma se la natalità diminuisce, la popolazione invecchia, l’aspettativa di vita aumenta e i lavoratori diventano meno numerosi, il sistema inizia a subire pressione. Allora lo Stato è costretto ad aumentare l’età pensionabile, aumentare le tasse, ridurre i pagamenti o coprire il deficit con il bilancio pubblico.

Il problema è che alla persona non viene creato un capitale pensionistico personale ed ereditabile. Al suo posto le viene data una promessa di pagamento futuro. Ma una promessa non equivale alla proprietà. La proprietà può essere trasmessa ai figli. La proprietà può essere considerata parte della vita familiare. La proprietà non dovrebbe scomparire dopo la morte della persona soltanto perché è stata formalizzata attraverso un meccanismo statale.

Proprio per questo il sistema pensionistico provoca una sensazione di ingiustizia. Una persona può lavorare quarant’anni, pagare somme enormi, ma se muore presto o riceve la pensione solo per poco tempo, la parte principale dei suoi contributi non torna alla famiglia. Dal punto di vista dello Stato questo è un modello sociale. Dal punto di vista della Personalità è la perdita del risultato del proprio lavoro.

 

Perché le idee del XIX secolo non possono più spiegare completamente il XXI secolo

Il XIX secolo ha dato al mondo diverse grandi costruzioni politico-economiche che spiegavano realmente la propria epoca. Marx analizzava il capitale, le fabbriche, lo sfruttamento, il conflitto di classe e la condizione del lavoratore nel sistema industriale. Bismarck creava un sistema pensionistico sociale come risposta dello Stato alla crescita della classe operaia, dei movimenti socialisti e della minaccia di instabilità interna.

Per il XIX secolo tutto questo era attuale. Allora l’uomo veniva considerato prima di tutto come lavoratore, come parte di una classe, come partecipante alla produzione. La domanda principale era: chi controlla il lavoro, il capitale e il sistema statale? Per questo Marx e Bismarck rispondevano in modo diverso allo stesso problema storico. Marx criticava lo sfruttamento capitalistico. Bismarck rafforzava lo Stato attraverso garanzie sociali.

Ma il XXI secolo è organizzato diversamente. Oggi l’economia non inizia soltanto dalla fabbrica, dal capitale o dalla classe. Inizia dalla Personalità. La Personalità forma il Comportamento, il Comportamento influenza la Scelta, la Scelta crea la Domanda, la Domanda dirige il Denaro, e il movimento del Denaro cambia la Forma del sistema. L’uomo contemporaneo non è soltanto un lavoratore. È consumatore, contribuente, utente di piattaforme digitali, portatore di domanda, oggetto di pressione informativa e fonte di flussi monetari.

Per questo le vecchie costruzioni del XIX secolo non sono più sufficienti. Il “Capitale” di Marx fu importante per comprendere il capitale industriale del XIX secolo. La pensione di Bismarck fu importante per stabilizzare lo Stato del XIX secolo. Ma oggi la questione centrale non è soltanto il capitale e non è soltanto lo Stato, ma la Personalità come primo punto del movimento di economia politica.

 

Perché il sistema funzionava ai tempi di Bismarck

Il sistema pensionistico di Bismarck poteva funzionare nel XIX secolo perché era stato creato per una realtà demografica e sociale completamente diversa. Allora lo Stato non affrontava quella scala di invecchiamento della popolazione che esiste oggi. La società era più giovane, le famiglie erano più numerose, la natalità era più alta e la quota di anziani nella struttura generale della popolazione era significativamente più bassa.

Inoltre, l’aspettativa di vita era diversa. Meno persone arrivavano a una lunga vecchiaia rispetto al XXI secolo. Questo non significa che le persone non potessero vivere a lungo. Ma una pensione di massa per molti anni non era una norma come lo è diventata oggi. Per il sistema questo è fondamentale: se i pensionati sono pochi e i lavoratori molti, il modello a ripartizione appare sostenibile.

In una costruzione simile lo Stato poteva promettere una pensione senza creare un pieno capitale personale per ogni uomo. Il denaro dei lavoratori veniva indirizzato ai pagamenti di coloro che erano già usciti dal lavoro, mentre il carico complessivo sul sistema restava gestibile. La pensione era più uno strumento politico e sociale di stabilizzazione che un obbligo finanziario di massa per decenni futuri.

Per questo il problema non consiste nel fatto che il sistema di Bismarck non potesse funzionare in generale. Poteva funzionare nella propria epoca. L’errore inizia quando una costruzione del XIX secolo continua a essere usata come modello universale per il XXI secolo, dove demografia, aspettativa di vita, mercato del lavoro, struttura familiare e ruolo della Personalità sono già diventati diversi.

 

Perché oggi il sistema comincia a rompersi

Oggi il sistema pensionistico a ripartizione comincia a rompersi non perché le persone abbiano iniziato a lavorare peggio o a rispettare meno la vecchiaia. Si rompe perché è cambiata la base demografica su cui questo sistema si reggeva. Nel modello classico molte persone che lavorano devono mantenere un numero relativamente piccolo di pensionati. Ma se i pensionati diventano sempre più numerosi e i lavoratori relativamente meno numerosi, il carico su ogni lavoratore inizia a crescere.

Il fattore principale è l’invecchiamento della popolazione. Le persone vivono più a lungo, e quindi ricevono la pensione per più anni. Per l’uomo questo è positivo: una vita lunga è un risultato della medicina, della sicurezza e della qualità della vita. Ma per il sistema a ripartizione crea pressione finanziaria. Se una persona riceve la pensione non per cinque o dieci anni, ma per venti o trenta anni, allo Stato serve sempre più denaro per sostenere i pagamenti.

Il secondo fattore è la diminuzione della natalità e la riduzione del numero di futuri lavoratori. La pensione a ripartizione dipende da quante persone lavoreranno domani. Se le giovani generazioni diventano meno numerose, il sistema perde la futura base dei contribuenti. Allora lo Stato inizia a cercare denaro attraverso l’aumento delle tasse, l’aumento dell’età pensionabile, la riduzione dei pagamenti reali o la crescita del debito pubblico.

Per questo il problema della pensione moderna non riguarda soltanto l’importo dei pagamenti. Il problema è più profondo: il sistema è costruito sull’attesa che le generazioni successive possano mantenere quelle precedenti. Nel XXI secolo questa attesa diventa sempre meno affidabile. La pensione si trasforma da promessa stabile in una crescente pressione sul bilancio.

 

Personalità e diritto di proprietà

La questione pensionistica non può essere considerata soltanto come una questione di pagamenti nella vecchiaia. Alla sua base si trova un tema più profondo: il diritto della Personalità al risultato del proprio lavoro. L’uomo riceve denaro non per caso. Dietro questo denaro ci sono anni di vita, salute, tempo, esperienza, competenze professionali e partecipazione quotidiana all’economia. Per questo il denaro guadagnato non è semplicemente un’unità finanziaria, ma una parte della risorsa vitale della Personalità.

Lo Stato ha il diritto di raccogliere tasse e finanziare funzioni comuni: sicurezza, infrastrutture, tribunali, medicina, istruzione, protezione sociale. Ma il diritto dello Stato non può essere illimitato. Se lo Stato pretende dalla persona pagamenti obbligatori, deve definire chiaramente che cosa è tassa per il mantenimento generale del sistema e che cosa è capitale personale dell’uomo. La confusione tra questi concetti crea sfiducia.

Il diritto di proprietà non significa soltanto la possibilità di ricevere denaro oggi. Significa il riconoscimento del fatto che il risultato del lavoro appartiene alla Personalità finché non esiste una necessità pubblica onestamente spiegata e limitata di sottrarlo. Se un pagamento obbligatorio viene chiamato protezione sociale, deve essere presentato onestamente. Se è una tassa, è una tassa. Se è un accumulo personale, è un accumulo personale.

Proprio per questo il sistema pensionistico provoca discussione. Si trova al confine tra tassa, obbligo sociale e futuro personale dell’uomo. Quanto meno trasparente è questo confine, tanto più forte diventa la sensazione che lo Stato ottenga potere sul denaro della Personalità senza riconoscere alla Personalità un pieno diritto di proprietà.

 

Pensione ed eredità

L’eredità è una parte separata e la più dolorosa della questione pensionistica. Una persona può lavorare tutta la vita, pagare contributi pensionistici obbligatori, ma se muore presto o riceve la pensione per poco tempo, la massa principale di questo denaro non diventa capitale della sua famiglia. Nel sistema a ripartizione è già andata ai pagamenti correnti e ha smesso di esistere come somma personale.

Questo distingue radicalmente la pensione da altre forme di proprietà. Un appartamento può passare ai figli. Un deposito bancario può passare agli eredi. Una quota in un’impresa può restare alla famiglia. Anche i normali risparmi dopo la morte di una persona non scompaiono a favore di un sistema astratto. Ma i contributi pensionistici nel modello classico funzionano diversamente: sono obbligatori, ma non si trasformano in un vero patrimonio ereditabile.

Lo Stato lo spiega con il fatto che la pensione non è un conto personale, ma un sistema sociale. Ma allora nasce una domanda onesta: perché una persona deve partecipare per decenni a un sistema se il risultato della sua partecipazione non è protetto come capitale familiare? Perché il lavoro di una generazione non può rafforzare direttamente la generazione successiva all’interno della famiglia?

Qui il conflitto non è più soltanto tra l’uomo e lo Stato, ma anche tra il sistema e la famiglia. La famiglia vede in questo denaro una parte della vita di una persona concreta. Il sistema vede un flusso generale di pagamenti. Proprio per questo l’ereditabilità del capitale pensionistico può diventare la questione centrale della futura riforma pensionistica: la vecchiaia deve essere protetta, ma il lavoro dell’uomo non deve scomparire insieme alla sua morte.

 

Stato e Personalità

I rapporti tra Stato e Personalità vengono spesso considerati soltanto da un lato. Lo Stato ricorda alla persona i suoi doveri: pagare le tasse, rispettare le leggi, rispettare i diritti degli altri cittadini, partecipare al finanziamento del sistema comune. Tutto questo è davvero necessario per l’esistenza di una società organizzata. Senza queste regole è impossibile mantenere sicurezza, ordine giuridico e stabilità dello Stato.

Tuttavia, i doveri non esistono soltanto per la Personalità. Anche lo Stato ha responsabilità davanti all’uomo. È obbligato a proteggere la vita, la proprietà, la libertà e la dignità dei cittadini. È obbligato a creare condizioni nelle quali l’uomo possa lavorare, costruire una famiglia, sviluppare le proprie capacità e pianificare il futuro. Se lo Stato pretende partecipazione al sistema comune, deve garantire la giustizia di questo stesso sistema.

La questione pensionistica diventa un buon esempio di questo equilibrio. Lo Stato pretende dalla persona contributi obbligatori per decenni. La persona non può rifiutarsi di partecipare al sistema, anche se lo considera inefficiente. In una situazione simile lo Stato riceve non soltanto il diritto di pretendere, ma anche il dovere di spiegare in che modo vengono protetti gli interessi dell’uomo, della sua famiglia e del risultato del suo lavoro.

L’equilibrio tra Stato e Personalità si rompe quando i doveri diventano unilaterali. Se lo Stato pretende sempre più partecipazione, ma spiega sempre meno i propri obblighi davanti all’uomo, nasce sfiducia. Il sistema pensionistico mostra questo conflitto in modo particolarmente evidente. La Personalità è obbligata a finanziare il sistema, ma sempre più spesso pone la domanda: che cosa esattamente il sistema deve alla Personalità in cambio?

 

Chi è il proprietario del denaro pensionistico

Una delle domande principali del sistema pensionistico suona in modo molto semplice: a chi appartiene il denaro pensionistico? A prima vista la risposta sembra evidente: se il denaro viene trattenuto dal salario della persona, allora dovrebbe appartenere alla persona. Ma nel sistema classico a ripartizione tutto è più complesso. Dopo la trattenuta, questo denaro smette di essere una somma personale e diventa parte del flusso pensionistico generale.

La persona può pensare di pagare per la propria vecchiaia. Lo Stato può ritenere di raccogliere un contributo sociale obbligatorio. Il fondo pensione può registrare anzianità, punti, coefficienti o diritti futuri. Ma tra questi tre sguardi esiste una differenza importante. La persona pensa in categorie di proprietà. Lo Stato pensa in categorie di obblighi del sistema. Il fondo pensione pensa in categorie di calcolo del pagamento futuro.

Proprio qui nasce il problema della definizione della proprietà. Se il denaro appartiene alla persona, deve essere visibile come suo capitale, protetto come suo patrimonio e avere un destino chiaro dopo la sua morte. Se il denaro appartiene allo Stato, allora bisogna chiamarlo onestamente tassa, non pensione personale. Se il denaro si trova nel fondo pensione, è necessario capire se il fondo agisce come custode del capitale personale o come operatore di un sistema a ripartizione.

Senza una risposta a questa domanda, il sistema pensionistico resta internamente contraddittorio. La persona paga con il proprio lavoro, ma non riceve pieno diritto di proprietà. Lo Stato promette protezione, ma non riconosce alla persona il possesso diretto dei mezzi versati. Per questo la discussione sulla pensione non è soltanto una discussione sull’importo dei pagamenti. È una discussione su dove finisce il denaro della Personalità e dove comincia il denaro della Forma del sistema.

 

Perché il capitale pensionistico personale richiede un sistema corretto

Il capitale pensionistico personale non è una cattiva idea. Al contrario, è proprio ciò che si avvicina di più al principio di proprietà della Personalità: la persona lavora, forma capitale, vede gli accumuli, comprende il movimento del proprio denaro e conserva il diritto di trasmettere il residuo alla famiglia. Questo modello è più onesto del sistema a ripartizione, perché il denaro non scompare nel flusso comune e non si trasforma soltanto in una promessa politica di pagamento futuro.

Ma il capitale personale non funziona da solo. Richiede un’architettura corretta. Se in un Paese i salari sono bassi, l’occupazione informale è ampia, il controllo sui fondi è debole, le commissioni sono alte e le regole sono instabili, il conto pensionistico personale non risolverà automaticamente il problema. La persona potrebbe semplicemente non accumulare abbastanza. Non perché l’idea stessa del capitale personale sia sbagliata, ma perché l’ambiente economico non le ha dato una normale possibilità di accumulare.

È proprio questo che è importante considerare nell’esempio del Cile. La riforma del 1981 con i fondi AFP viene spesso citata come esempio di sistema pensionistico privatizzato che ha provocato forte malcontento sociale. Ma questo esempio non dimostra che il capitale pensionistico personale sia impossibile. Mostra altro: il capitale personale non può essere costruito come semplice trasferimento della responsabilità dallo Stato all’uomo senza considerare salari, occupazione ufficiale, commissioni, disuguaglianza e qualità del controllo sui fondi.

Per questo il modello corretto di capitale pensionistico personale deve essere protetto, regolato ed ereditabile. Lo Stato non deve riprendere il denaro dell’uomo con il pretesto della cura, ma è obbligato a stabilire regole rigide: fondi trasparenti, basse commissioni, protezione dalle frodi, limitazione del rischio eccessivo, accesso comprensibile ai dati e un fondo sociale separato per chi oggettivamente non ha potuto accumulare. Allora il capitale personale diventa non un mercato selvaggio, ma proprietà protetta della Personalità.

 

Fondi pensione statali: quando il denaro lavora davvero

La critica del sistema a ripartizione non significa che tutto il denaro pensionistico in tutti i Paesi venga immediatamente speso per i pagamenti correnti. In molti Stati esistono meccanismi di accumulo, ibridi e di investimento, nei quali i mezzi pensionistici lavorano sui mercati finanziari e producono rendimento.

Questi modelli mostrano che il denaro può davvero lavorare per decenni attraverso il meccanismo dell’interesse composto. Se un fondo è gestito in modo efficace, gli accumuli possono crescere, proteggersi dall’inflazione e ridurre la dipendenza del sistema pensionistico dalla demografia corrente. Questo è un punto importante, perché non ogni sistema statale equivale automaticamente a un semplice schema a ripartizione.

Gli esempi più noti si possono cercare nei Paesi in cui fondi statali o quasi statali investono grandi mezzi in azioni, obbligazioni, infrastrutture e altri attivi. Questi sistemi possono essere più sostenibili di un modello puramente a ripartizione, perché una parte delle pensioni future viene garantita non soltanto dalle tasse dei lavoratori, ma anche dal reddito del capitale.

Tuttavia, anche qui resta la questione della proprietà. La persona può vedere la crescita del capitale pensionistico, ma non sempre ottiene il pieno controllo su di esso. In molti sistemi restano limiti all’uso dei mezzi, regole di accesso agli accumuli e restrizioni sull’eredità. Per questo l’efficienza degli investimenti, di per sé, non risolve ancora la questione dei diritti della Personalità sul risultato del proprio lavoro.

Proprio per questo la discussione sulle pensioni non può essere ridotta soltanto al rendimento dei fondi. Anche il sistema di investimento più riuscito deve rispondere a una domanda più fondamentale: a chi appartiene questo denaro e quali diritti ha la persona rispetto al capitale accumulato?

 

Come gli elementi del nuovo modello pensionistico funzionano già in Europa

L’idea del capitale pensionistico personale non è una fantasia e non esiste soltanto come schema teorico. In diversi Paesi europei funzionano già elementi di questo modello. Non sempre sostituiscono completamente la pensione statale classica, ma mostrano una direzione importante: il sistema pensionistico si sta gradualmente allontanando dalla pura ripartizione del denaro tra generazioni verso un’architettura mista, nella quale una parte dei mezzi viene contabilizzata, investita e può essere collegata a una persona concreta.

Un buon esempio è la Svezia. Lì il sistema pensionistico statale include non soltanto un elemento a ripartizione, ma anche una pensione premium, nella quale una parte dei contributi pensionistici viene indirizzata in fondi di investimento. La persona può scegliere i fondi, e quindi una parte della sua pensione futura dipende non soltanto dalle decisioni dello Stato, ma anche dal rendimento del capitale accumulato. Questo non è più un modello bismarckiano puro, in cui il lavoratore paga soltanto gli attuali pensionati.

Per i Paesi baltici è particolarmente importante la questione dell’eredità. In Lettonia il capitale del secondo livello pensionistico può già essere ereditato. La persona può indicare che cosa deve accadere al capitale accumulato in caso di morte: trasferirlo agli eredi, aggiungerlo al capitale pensionistico di una persona scelta oppure lasciarlo nel bilancio pensionistico speciale dello Stato. Questo cambia in modo fondamentale il significato del sistema, perché una parte del denaro pensionistico smette di essere un flusso impersonale e ottiene un collegamento con la Personalità e la sua famiglia.

Questi esempi mostrano che il discorso sul capitale pensionistico personale non è un’utopia. L’Europa si sta già muovendo verso sistemi misti, nei quali protezione statale, meccanismi di investimento ed elementi di proprietà personale esistono contemporaneamente. La domanda principale ora non è se tutto questo sia possibile in generale, ma fino a che punto lo Stato sia pronto a riconoscere coerentemente il capitale pensionistico come proprietà dell’uomo e a dare alla famiglia il diritto di ereditare il risultato del suo lavoro.

 

Può esistere protezione sociale senza pensione classica

La protezione sociale non deve essere identica alla pensione classica a ripartizione. La società non può davvero lasciare senza sostegno le persone che oggettivamente non sono in grado di mantenersi da sole: disabili, malati gravi, orfani, persone con una seria perdita della capacità lavorativa, anziani senza accumuli e senza sostegno familiare. Ma da questo non deriva che a tutti i cittadini che lavorano si debba sottrarre una grande parte del futuro capitale pensionistico e trasformarla in un flusso comune senza eredità.

Qui è importante separare due concetti diversi. Il primo è l’aiuto sociale a chi ha davvero bisogno di protezione. Il secondo è il capitale pensionistico personale dell’uomo, formato dal suo lavoro. Questi due compiti non devono essere confusi. Il fondo sociale può esistere separatamente ed essere finanziato da un contributo comprensibile e limitato. Il suo compito non è sostituire la proprietà dell’uomo, ma chiudere i casi estremi in cui la persona non può realmente proteggersi da sola.

Un modello simile non cancella la solidarietà. La rende più onesta. La società può aiutare i deboli, i malati e gli incapaci di lavorare, ma allo stesso tempo non è obbligata a distruggere il diritto della persona che lavora a un capitale personale ereditabile. La protezione sociale deve essere mirata, trasparente e limitata nello scopo. Non deve trasformarsi in un sistema in cui il denaro della Personalità scompare nel meccanismo statale sotto il nome generale di pensione futura.

Per questo la questione della futura riforma pensionistica non deve suonare come una scelta tra pensione interamente statale e rifiuto totale della protezione sociale. È una falsa scelta. È possibile un terzo modello: aiuto sociale di base per chi ne ha oggettivamente bisogno e capitale pensionistico personale per chi lavora e crea accumulo.

 

Perché la riforma pensionistica diventa necessaria

Se il sistema pensionistico smette di corrispondere alla realtà del XXI secolo, non può essere semplicemente difeso per abitudine. Un sistema creato per un’altra demografia, un altro mercato del lavoro e un altro ruolo dell’uomo nell’economia prima o poi richiede una revisione. Non si tratta di abolire la protezione sociale. Si tratta del fatto che la vecchia costruzione non risponde più alla domanda principale: a chi appartiene il denaro guadagnato dalla Personalità in decenni di lavoro?

La riforma pensionistica diventa necessaria proprio perché il modello a ripartizione si trasforma sempre più in una promessa politica, non in capitale personale dell’uomo. Lo Stato continua a pretendere contributi obbligatori, ma non crea una piena proprietà ereditabile. Allo stesso tempo il carico sul bilancio cresce, la popolazione invecchia e i futuri lavoratori diventano meno numerosi. Quindi il problema non scomparirà da solo. Continuerà soltanto ad accumularsi.

Ma la riforma necessaria non deve essere una distruzione improvvisa del vecchio sistema. Gli attuali pensionati vivono già dentro il modello esistente. Hanno lavorato, pagato contributi e contato sui pagamenti. Per questo non possono essere abbandonati. L’errore del sistema non deve trasformarsi in punizione per persone che non possono più creare da zero il proprio capitale pensionistico.

Proprio per questo una riforma pensionistica ragionevole deve essere transitoria. Un periodo possibile è vent’anni. Ogni anno la quota della parte a ripartizione diminuisce gradualmente, mentre la quota del capitale pensionistico personale ed ereditabile aumenta gradualmente. Così lo Stato adempie agli obblighi verso gli attuali pensionati, ma contemporaneamente inizia a costruire un nuovo sistema nel quale il denaro della persona che lavora non scompare nel flusso comune, ma diventa sua proprietà protetta.

 

Personalità, denaro e Forma del sistema

La questione pensionistica può essere considerata non soltanto attraverso il bilancio, le tasse o la politica sociale. Può essere considerata attraverso la Legge fondamentale dell’economia politica. In questo modello il movimento inizia dalla Personalità. La Personalità forma il Comportamento, il Comportamento influenza la Scelta, la Scelta crea la Domanda, la Domanda dirige il Denaro, e il movimento del Denaro inizia a cambiare la Forma del sistema. Per questo la questione della pensione è prima di tutto una questione di direzione del denaro, non soltanto una questione di vecchiaia.

Ogni persona che lavora crea un flusso monetario. Una parte di questo flusso resta nella sua disponibilità, mentre un’altra parte entra nei meccanismi statali. In questo momento nasce una domanda di principio: dove esattamente viene indirizzato il denaro dell’uomo? Rafforza il suo capitale personale oppure rafforza la Forma del sistema esistente? Quanto più denaro viene sottratto al contorno personale e passa nel contorno statale, tanto più aumenta il ruolo del sistema nella distribuzione delle risorse.

Dal punto di vista della Legge fondamentale dell’economia politica, il denaro non è mai neutrale. Ogni direzione del denaro rafforza una determinata struttura. Se il denaro viene indirizzato nel capitale personale, si rafforza l’autonomia della Personalità. Se il denaro viene indirizzato nel contorno statale, si rafforza la capacità della Forma del sistema di redistribuire le risorse. Per questo il sistema pensionistico non è soltanto un modello sociale, ma anche un meccanismo di distribuzione del potere sul flusso monetario.

Proprio per questo la discussione sulle pensioni non può essere ridotta soltanto ai numeri. È una discussione sulla direzione del denaro. Dopo decenni di lavoro, il denaro deve rafforzare la Personalità e la sua famiglia oppure deve restare parte del meccanismo statale comune? Attraverso questa domanda il sistema pensionistico diventa parte di un discorso più ampio su come il denaro forma i rapporti tra la Personalità e la Forma del sistema.

 

Il sistema pensionistico del XIX secolo corrisponde alle realtà del XXI secolo?

La domanda principale sul futuro del sistema pensionistico non riguarda soltanto il fatto che la pensione debba essere proprietà o promessa. La domanda più profonda suona diversamente: il sistema pensionistico del XIX secolo corrisponde alle realtà del XXI secolo? Un sistema creato nell’epoca industriale non può essere considerato automaticamente eterno soltanto perché gli Stati, i bilanci e le società vi si sono abituati.

Nel XIX secolo il modello pensionistico rispondeva a una realtà storica. Allora c’erano un’altra demografia, un’altra aspettativa di vita, un’altra struttura familiare, un altro mercato del lavoro e un altro ruolo dell’uomo nell’economia. La pensione di Bismarck era parte della risposta alla questione operaia della società industriale. Aiutava a mantenere la stabilità sociale e a includere il lavoratore nel sistema statale.

Ma il XXI secolo è organizzato diversamente. Le persone vivono più a lungo, la popolazione invecchia, la natalità in molti Paesi diminuisce e il carico sui lavoratori aumenta. La Personalità non è più soltanto un’unità lavorativa dell’economia di fabbrica. Diventa il primo punto del movimento di economia politica: forma Comportamento, Scelta, Domanda e Denaro. Per questo il vecchio sistema deve essere valutato non in base al fatto che sia stato utile nel XIX secolo, ma in base al fatto che funzioni oggi in modo onesto e sostenibile.

Proprio qui nasce la questione della futura riforma. Se il sistema non corrisponde più al proprio tempo, non può essere difeso soltanto per abitudine. Deve essere rivisto attraverso la Personalità, la proprietà, l’eredità, la protezione sociale e il nuovo ruolo dello Stato. La pensione del futuro deve rispondere non soltanto alla domanda sulla vecchiaia, ma anche alla domanda: a chi appartiene il risultato del lavoro dell’uomo nel XXI secolo?

 

Quali varianti esistono per il sistema pensionistico del XXI secolo

Se la società arriva alla conclusione che il sistema pensionistico del XIX secolo non corrisponde più pienamente alle realtà del XXI secolo, nasce la domanda successiva: quali varianti esistono? Spesso la discussione viene ridotta a una falsa scelta tra mantenimento del modello attuale e abolizione totale delle pensioni. In realtà sono possibili diversi approcci, ciascuno dei quali risponde in modo diverso alla domanda sul ruolo dello Stato, della Personalità e della proprietà.

La prima variante è il mantenimento del sistema a ripartizione esistente con riforme parziali. Lo Stato continua a raccogliere contributi pensionistici obbligatori e a pagare pensioni alle generazioni presenti e future. Per mantenere la sostenibilità si aumenta l’età pensionabile, si cambiano le formule di calcolo, si correggono tasse e contributi. Questo approccio è il più abituale, ma conserva la dipendenza del sistema dalla demografia, dal bilancio e dai futuri contribuenti.

La seconda variante è un modello misto. Una parte dei contributi continua ad andare nel sistema statale, mentre un’altra parte viene indirizzata sul conto pensionistico personale dell’uomo. In questo caso lo Stato conserva la protezione di base, mentre la persona forma contemporaneamente il proprio capitale. È un compromesso tra protezione collettiva e responsabilità personale, ma richiede regole molto chiare di proprietà, eredità e gestione del capitale.

La terza variante è un sistema di capitale pensionistico personale ereditabile con un fondo sociale separato. In questo modello il denaro pensionistico appartiene alla persona, resta sua proprietà, viene protetto dallo Stato fino all’età pensionabile e può passare agli eredi. Separatamente esiste un fondo sociale limitato per disabili, malati gravi, persone incapaci di lavorare e persone che oggettivamente non hanno potuto formare un capitale sufficiente.

 

Perché il modello migliore è capitale pensionistico personale più 5% di fondo sociale

La variante migliore per il XXI secolo non è semplicemente il capitale pensionistico personale. È un sistema in cui la persona conserva il proprio capitale pensionistico come proprietà, mentre la protezione sociale viene finanziata separatamente attraverso un contributo fisso e limitato, per esempio il 5%. Altrimenti lo Stato può di nuovo trasformare la riforma nel vecchio schema: aumentare l’età pensionabile, cambiare le regole, ridurre i pagamenti e tornare a disporre del denaro dell’uomo come se fosse proprio.

In questo modello la parte pensionistica principale appartiene alla persona. Può essere bloccata fino all’età pensionabile, affinché non possa essere spesa prima del tempo, ma non scompare dalla proprietà della Personalità. Se la persona arriva alla pensione, riceve pagamenti dal proprio capitale. Se muore prima o non riesce a usare tutta la somma, il residuo passa agli eredi. Questo è fondamentale: tutto ciò che resta della persona deve restare alla sua famiglia, non dissolversi nel sistema.

Separatamente esiste un contributo sociale del 5%. Questo denaro non va a sostituire il capitale personale, ma a proteggere coloro ai quali il proprio capitale pensionistico non è bastato o che oggettivamente non hanno potuto formarlo: disabili, malati gravi, persone incapaci di lavorare, persone con insufficiente anzianità lavorativa, anziani senza un sostegno minimo. È un aiuto sociale onesto, non una sottrazione nascosta della proprietà personale.

Il passaggio a un sistema simile deve essere graduale. Nell’arco di circa 20 anni la parte a ripartizione diminuisce, mentre la parte personale ed ereditabile aumenta. Così gli attuali pensionati non vengono abbandonati, ma le future generazioni non vengono più spinte in uno schema in cui la persona paga tutta la vita e poi lo Stato può cambiare età, formule e condizioni. Un modello simile separa tre cose: proprietà personale, eredità e aiuto sociale. Non è un programma politico già pronto, ma per ora soltanto i miei pensieri ad alta voce su come potrebbe essere un sistema pensionistico più onesto.

 

Conclusione

Il sistema pensionistico del XIX secolo fu una risposta al proprio tempo. Apparve in un’altra demografia, in un’altra economia e con un altro ruolo dell’uomo dentro lo Stato. Allora un sistema simile poteva sembrare logico: lo Stato manteneva la stabilità sociale, la classe operaia riceveva una promessa di protezione e il carico pensionistico non aveva ancora la scala che ha acquisito nel XXI secolo.

Ma oggi la domanda principale suona diversamente: il sistema pensionistico del XIX secolo corrisponde alle realtà del XXI secolo? Le persone vivono più a lungo, la popolazione invecchia, il numero dei lavoratori rispetto ai pensionati diminuisce, e la stessa Personalità non può più essere considerata soltanto come unità lavorativa del sistema. La Personalità crea comportamento, scelta, domanda e denaro, e quindi la questione del denaro pensionistico diventa una questione di proprietà, eredità e rapporti tra la Personalità e lo Stato.

Il sistema pensionistico del futuro deve essere discusso non come una disputa sul fatto che le pensioni siano necessarie o non necessarie. La questione è più profonda: dove finisce la protezione sociale e dove inizia il capitale personale dell’uomo? L’aiuto sociale può esistere separatamente per chi oggettivamente non è riuscito a mantenersi. Ma il denaro guadagnato dall’uomo in decenni di lavoro non deve scomparire nel sistema senza diritto di eredità.

Una parte dell’Europa si sta già muovendo in questa direzione attraverso livelli di accumulo, fondi di investimento ed eredità del capitale pensionistico. Per questo la prossima domanda sarà sempre più pratica: quando Paesi che invecchiano, come Italia, Spagna, Francia, Germania e altri Stati europei, potranno passare dal vecchio modello a ripartizione a un sistema in cui la protezione sociale esiste separatamente, mentre il capitale pensionistico personale appartiene all’uomo e alla sua famiglia?

Un sistema simile permetterà non soltanto di proteggere la vecchiaia, ma anche di accrescere il capitale della Personalità. Il denaro dell’uomo potrà lavorare per decenni, essere investito, crescere, proteggersi dalla completa dissoluzione nelle spese correnti dello Stato e, in caso di morte, passare alla famiglia. Allora la pensione smetterà di essere soltanto una promessa di pagamento futuro e diventerà parte del capitale personale e familiare.

Il tema principale qui non è soltanto la pensione. Il tema principale è il diritto della Personalità al risultato del proprio lavoro, il diritto della famiglia a ereditare questo risultato e l’equilibrio onesto dei doveri tra uomo e Stato.

 

Iv.Spolan
Autore del modello «Legge fondamentale dell’economia politica»

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